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DA L'ESPRESSO, Lettere e risposte , 18 Luglio 2008


VI RACCONTO IO, CHE ERO LI', PIAZZA NAVONA


Cara Rossini, sarà che sto invecchiando e mi si attarda il comprendonio, sarà che di manifestazioni di massa ne ho viste e fatte a centinaia, ma io proprio non riesco a capire lo sdegno collettivo intorno alla manifestazione del ’8 luglio a piazza Navona. Una folla così in quella stessa piazza non la vedevo dal festeggiamento per la vittoria del referendum sul divorzio nel 1974. Ho ritrovato tanta gente motivata, seria, preoccupata per le sorti di questo Paese, ma in qualche misura rinfrancata dal primo appuntamento che la sinistra, non importa quale, aveva dato. Eravamo talmente tanti e così accalcati che quasi nessuno ha sentito nel dettaglio gli interventi degli oratori. Il punto era essere lì, di nuovo capaci di rispondere con la democrazia del dissenso alla deriva autoritaria, anche se camuffata da pochade, a cui stiamo assistendo. Forse qualcuno dal palco ha esagerato, ma non sapevo che nelle manifestazioni ci fosse un’etichetta da rispettare (basta ricordare gli slogan di una volta!). Dov’è allora che si può dire che il presidente della Repubblica sbaglia di grosso a firmare il lodo Alfano? Dov’è che si può scherzare, per non piangere, sulle favorite che diventano ministre? Non amo né Grillo, né la Guzzanti, ma mi sembra che siano stati usati per un’operazione di depistaggio che ha trasformato una manifestazione civile e imponente in una lesa maestà. Si continua a parlare di poche battutacce e per il macigno delle leggi vergogna non si indigna veramente nessuno. Non sarà che anche a sinistra si indica il fuscello nell’occhio per non vedere la trave?

Ugo Lorenzetti, e-mail

 

Scelgo la sua lettera tra le tante che continuano ad arrivare su piazza Navona (si possono leggere tutte sul nostro sito) perché propone con chiarezza la frattura di senso tra chi era alla manifestazione e chi l’ha soltanto letta sui giornali o vista in tv. È andata così anche nel passato, ma fino a ieri il racconto dei media non faceva verità indiscussa. I protagonisti della piazza non se ne curavano troppo, avevano sedi e reti (le riunioni, i partiti, il territorio) per mantenere una comune visione dell’accaduto, discuterne e decidere il da farsi. Anche chi non c’era ne riceveva gli echi e poteva farsi un’opinione. Oggi tutto questo è azzerato. La piazza esiste per il tempo di una trasmissione televisiva, poi svanisce superata da nuovi palinsesti. Il suo significato è affidato soltanto alla narrazione pubblica che se ne fa. E qui regna la politica, che prende e usa ciò che gli serve. Senza problemi di verità.Stefania Rossini

 

 

 

 

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